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10 cose da fare per scrivere un documentario

Avete una gran voglia di scrivere un documentario?magari il vostro primo documentario? Beh preparatevi perchè è un bella sfida! Scrivere un documentario è ben diverso che scrivere una fiction o un film. ecco alcune regole che vi possono aiutare nel vostro desiderio:

1 fare i sopralluoghi prima di scrivere può essere di grande aiuto(a  volte è però una spesa)

2 documentarsi al meglio sull’argomento da affrontare(internet, amici, articoli, contatto diretto ecc ecc)

3 la scrittura, il soggetto, del documentario non deve essere una “gabbia” non deve essere mai vincolante. E’ consigliabile usare il condizionale (spolverate la gramamtica in caso di dubbio:-))

4 Il documentarista deve avere un grande orecchio. Deve ascoltare la realtà che lo circonda

5 Meglio avere una bella vivacità intellettuale( leggere, vedere film, documentari, mostre ecc ecc)e non stare chiusi dentro se stessi!!!

6 la scrittura deve essere una griglia aperta, visto che le realtà sono tante e in continuo movimento( e non una sola)

7 la verità non è mai una. Dipende sempre dal punto di vista(inutile rincorrere l’oggettività. non esiste)

8 Nel trattamento(sceneggiatura senza dialoghi) vi deve sempre essere un chiaro percorso narrativo

10 bisogna scrivere per immagini: devo visualizzare ciò che scrivo

Prima di cimentarsi nella scrittura bisogna fare una scelta. Cosa raccontare?

Bisogna riflettere sulla “raccontabilità” di una storia. Quelli che sono più facilemnte raccontabili sono i temi universali, ma si può rischiare la banalizzazione. Come evitarlo? inserendolo sempre in un contesto preciso e dandogli uno sgardo personale e un punto di vista. Anche nei documentari(proprio come nelle sceneggiature dei film) ci deve essere un conflitto dramaturgico, un suo percorso evolutivo.

Inoltre ricordatevi che un soggetto deve essere di almeno 2 cartelle.In un soggetto bisogna metterci il contesto, la descrizione dei personaggi i luoghi in cui avviene la storia, qualche azione che ci descriva la situazione Dopo il soggetto vi è il trattamento (sceneggiatura senza dialoghi)ed é lo sviluppo del soggetto che può arrivare a 20/30 pagine.Qui va inserito anche lo sguardo del regista, il taglio registico, lo sile e nel caso si sappia, anche i nome di chi intervisteremo. Nel caso del documentario è difficile scrivere un finale ma si possono scirvere delle ipotesi di finale!

Vi sconsiglio documentari su: DINOSAURI; FANTASMI; VAMPIRI ( e Capo del governo!!!):-P

E allora buon lavoro e divertitevi 🙂

Patricia

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Le quattro volte: A Cannes sorprendono le capre

Frammartino realizza come opera seconda un film-documentario davvero particolare. Lo definirei antropologico e filosofico.

Apparentemente può sembrare un documentario, ma in realtà vi è una narrazione. Fa pensare a Pitagora. Alla rincarnazione dell’anima nei suoi elementi. La vita animale, rappresentata dalla nascita e dalla morte di una capretta e dalla morte del vecchio pastore. L’elemento minerale rappresentato dalla affascinante trasformazione del legno in carbone. La natura rappresentata dall’albero della cuccagna. Ma forse questo film andrebbe proprio spiegato con le sue parole:

Abbiamo in noi quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra. L’uomo è un minerale, perché ha in sé lo scheletro, formato da sali e da sostanze minerali; attorno a questo scheletro è ricamato un corpo di carne, formato di acqua, di fermenti e di altri sali. L’uomo è anche un vegetale, perché come le piante si nutre, respira, ha un sistema circolatorio, ha il sangue come linfa, si riproduce. E anche un animale, in quanto dotato di motilità e di conoscenza del mondo esterno, datagli dai cinque sensi e completata dall’immaginazione e dalla memoria. Infine è un essere razionale, in quanto possiede volontà e ragione. Abbiamo dunque in noi quattro vite distinte e dobbiamo quindi conoscerci quattro volte. Il nostro motto deve essere quello del frontone del Tempio di Delfi: «Conosci te stesso»; questo è l’ABC di ogni speranza.”

Un film senza parole, solo immagini. Eppure nella calma di quel paesino ci si perde e ci si rilassa.E addirittura seppure qualche sbadiglio può sfuggire a tratti si fanno delle sane risate.

Davvero un bel film!

Patricia

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Draquila: l’Italia trema. E anche io non mi sento tanto bene

Mentre il nostro inviato Riccardo a Cannes si da’ alla bella vita, io e Patricia ci incazziamo scoprendo la bella vita che fanno i nostri politicanti. Si può tremare di freddo, di febbre, di paura. Oppure si può tremare di rabbia. La rabbia che ci vomitiamo dentro scoprendo che – come è sempre accaduto dopo le tragedie – c’è chi sta diventando ricco sfondato costruendo la nuova Aquila post-sisma.

Ci vomitiamo dentro la nostra rabbia perchè non abbiamo il coraggio di farlo fuori. Draquila ci lascia atterriti, senza forze. Sullo schermo scorrono scampoli di realtà che ben conosciamo ma che ci paralizzano. Il dramma è un altro. Anche fuori dal cinema continuiamo ad osservare la realtà proprio come se fossimo ancora in sala. Nulla ci stupisce più. Nulla ci fa più incazzare davvero. C’è uno che dice:”Ci vorrebbe la rivoluzione”. Ma in realtà l’unica cosa che gli riesce di fare è litigare nelle assemblee di condominio. L’immagine che colpisce di più è quella della tenda che è diventata la sede del PD a l’Aquila. Deserta. Immobile. Incurante al passare delle stagioni. Simulacro di un partito senza anima e senza corpi. Pieno solo di scheletri polverosi. In mancanza della squadra avversaria, la squadra degli azzurri vince tutte le partite 3-0 a tavolino. Come biasimarli. Nel documentario viene esposta una tesi che si sta delineando come veritiera: trasformare ogni evento italiano in una emergenza, così da poter gestire senza controlli appalti plurimilionari. Se sia vero, questo lo decideranno i giudici. O quello che ne resta. La Guzzanti intanto ha deciso di fare un documentario incastrando in un puzzle interviste strappalacrime e scampoli di telegiornali pluritrasmessi.

L’immagine che compare dal puzzle è però banale, superficiale, già vista e rivista. È proprio come vedere un film porno. Di quelli all sex. Dalla trama banale. Il dittatore dello stato di bananas che si eccita coi sondaggi, che mette a pecora i cittadini usando le sue tv, che paga le puttane con i soldi che arrivano da chissà dove. Come se i sondaggi non siano sempre stati uno strumento di consenso, come se i dittatori degli altri stati non mettessero sempre i loro uomini a capo dei media, come se fosse facile scoprire la provenienza dei soldi dei tuoi soci. Non mi interessa la cronaca della stretta attualità. Mi interessano le storie delle persone. Avrei voluto sapere di più del professore che è tornato a vivere in centro, da solo in una città fantasma, rattoppando la sua casa all’ultimo piano, fatta di libri e di gatti. Avrei voluto sapere di più della vecchina sbattuta in un design hotel a 200km dalle sue galline. E invece no. Invece la Guzzanti ha scelto di cucire solo un mucchio di interviste. A volte sembrava si stesse intervistando da sola.

Retorica a mazzi. Il doc si chiude con la descrizione entusiasta da parte dei terremotati dei loro appartamenti nuovi di zecca. Ironizzare sull’entusiasmo di chi non ha più la propria casa, non è crudele come chi racconta barzellette tra le macerie? Probabilmente le new town sono state un pozzo di denaro pubblico. E chi ha rubato dovrà pagare pesantemente il prezzo della propria cupidigia. Ma come biasimare o canzonare chi, dopo aver vissuto per mesi in campeggio forzato, si entusiasma parlando del proprio nuovo spazzolone del cesso? Chi non pagherebbe oro per una linda tazza di ceramica tutta per le proprie e uniche deiezioni dopo mesi di bagni comuni e putridi? Ci rifletta la Guzzanti, mentre la filippina le lustra il suo water di Philip Stark.

Michel

(foto di Cinemazero e BroadwayWorld)

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