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La lista dei Corti a Cannes

ecco la lista ufficiale dei nove cortometraggi candidati alla 64esima edizione del Festival di Cannes, L’Italai non c’è:

Ma Dahci – GHOST (Corea del Sud) 10’

Wannes Destoop – BADPAKJE 46 (Belgio) 15’

Vladimir Durán – SOY TAN FELIZ (Argentina) 14’

Nash Edgerton – BEAR (Australia) 8’

Lisa Marie Gamlem – KJØTTSÅR (Norvegia) 11’

Sam Holst – MEATHEAD (Nuova Zelanda) 10’

Nicolas Roy – CE N’EST RIEN (Canada) 14’

Megumi Tazaki – PATERNAL WOMB (Giappone) 15’

Maryna Vroda – CROSS (Francia) 14′

I corti arrivano da tutto il mondo, esclusa l’Italia. Il presidente della giuria è  Michel Gondry, regista sceneggiatore e produttore  di cortometraggi e documentari.

Speriamo di vederne qualcuno….

Patricia

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Le quattro volte: A Cannes sorprendono le capre

Frammartino realizza come opera seconda un film-documentario davvero particolare. Lo definirei antropologico e filosofico.

Apparentemente può sembrare un documentario, ma in realtà vi è una narrazione. Fa pensare a Pitagora. Alla rincarnazione dell’anima nei suoi elementi. La vita animale, rappresentata dalla nascita e dalla morte di una capretta e dalla morte del vecchio pastore. L’elemento minerale rappresentato dalla affascinante trasformazione del legno in carbone. La natura rappresentata dall’albero della cuccagna. Ma forse questo film andrebbe proprio spiegato con le sue parole:

Abbiamo in noi quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra. L’uomo è un minerale, perché ha in sé lo scheletro, formato da sali e da sostanze minerali; attorno a questo scheletro è ricamato un corpo di carne, formato di acqua, di fermenti e di altri sali. L’uomo è anche un vegetale, perché come le piante si nutre, respira, ha un sistema circolatorio, ha il sangue come linfa, si riproduce. E anche un animale, in quanto dotato di motilità e di conoscenza del mondo esterno, datagli dai cinque sensi e completata dall’immaginazione e dalla memoria. Infine è un essere razionale, in quanto possiede volontà e ragione. Abbiamo dunque in noi quattro vite distinte e dobbiamo quindi conoscerci quattro volte. Il nostro motto deve essere quello del frontone del Tempio di Delfi: «Conosci te stesso»; questo è l’ABC di ogni speranza.”

Un film senza parole, solo immagini. Eppure nella calma di quel paesino ci si perde e ci si rilassa.E addirittura seppure qualche sbadiglio può sfuggire a tratti si fanno delle sane risate.

Davvero un bel film!

Patricia

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Another Year: il bello di Cannes a Roma

Oggi sono stata a casa di una famiglia londinese!Lei ,Gerry,psicologa. Lui,Tom, amante dei”buchi”.

L’amica di lei, Mary, con problemi seri di solitudine che prova a superare “annegandosi” nel vino. Il figlio di Tom e Gerry(non dite che anche voi non avete pensato al topo e al gatto:-))un pupone, un ragazzotto cresciuto che trova finalmente la sua anima gemella, radiosa e solare. E qualche amico “sgangherato”.

Si proprio così “Anather Year” è un film che ti fa sentire a casa loro. Non si è spettatori, ma attori!

Un cast eccezionale, attori di una bravura strordinaria.

Il tempo passa…la solitudine cresce, mese dopo mese.

Una storia triste, forse nemmeno una vera e propria storia…sembra quasi un documentario, un frammento di vita “nel tempo”.Un film realista, talmente realista che si esce confusi…e ci si domanda”ero li o in sala?”. Dialoghi profondi, intimi e intimisti.

Potrei citare troppe scene in cui gli attori sono impeccabili. Ogni personaggio è stato scritto con cura.Ti sembra di consocerli. E poi tanto alcool…proprio come si usa a Londra!

Mike Leigh mi colpì con “segreti e bugie” che resta al primo posto, ma ancora una volta ci racconta una famiglia con grande maestria, passando dal narrare la solitudine all’amicizia, dalla disperazione alla speranza. Fa sorridere ma anche commuovere…fa sentire quel nodo alla gola….

Il tempo passa. Si invecchia. Ma non si cambia più di tanto.

Ed ecco un film di Cannes a Roma al cinema Nuovo Sacher!Nanni Moretti , con una buffa camicia a fiori,da buon padrone di casa salutava all’uscita i suoi” ospiti”. Tra gli spettatori di quella sala ho visto molti volti noti…quasi tutti si può dire (tranne il mio hihih). Registi e registe, attrici e attori, ragazzi del centro sperimentale.

Dalle voci il commento che si sentiva di più era “bello, proprio bello). Qualche viso annoiato l’ho notato…qualcuno ha detto “troppo lungo” ma la maggioranza del pubblico era appagata!

Se amate i bei dialoghi, i bravi attori e i film realisti…ve lo consiglio vivamente!

Patricia

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Il regista iraniano Jafar Panahi:Rilasciato

Miracolo!Finalmente Jajar Panahi è stato rilasciato!

Il 2 marzo  il regista era stato arrestato per aver detto qualcosa di troppo scomodo nel suo film!Ma un film non è un opera d’arte?e allora?Finalmente giunge al termine questa “pagliacciata! questo arresto assuro!

E’ stato liberato dietro pagamento di cauzione.Ora sono in corso le pratiche giudiziarie. Panahi non è potuto nemmeno andare a Cannes nonostante fosse uno dei giurati.

Ricordiamo che proprio lui nel 2003 vinse al festival di cannes il premio della giuria “ORO ROSSO”, noir in bilico tra neorealismo e astrazione, sceneggiato dal mitico Kiarostami

Patricia

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Notizie da Cannes:noi ci siamo!

(foto di Sasakee)

Sono a Cannes da due giorni e mi sento già a casa. A forza di perdermi sistematicamente ovunque, in 24 ore ho imparato tutto. Ieri ho addirittura dato informazioni alla signorina dell’ufficio informazioni. Per il resto la giornata si svolge più o meno come un unica continua corsa da una sala all’altra, il più delle volte perché la sala precedente era piena. Nello stand dove offrono il caffè ho già provato 6 gusti diversi di nespresso. A me sembrano tutti uguali! Comunque decisamente meglio del brodino francese.

Finora non c’é ancora stato il colpo di fulmine… cinematografico. Sarebbe a dire che non mi sono ancora innamorato di un film. Ce ne sono stati di originali (L’etrange cas d’Angelica di De Oliveira), di ben recitati (Mardi, apres Noel di Radu Muntean), di sublimemente estetici (Little baby, Jesus of Flandr del 24enne!! Gust Van den Berghe). Nessuno, all’uscita, mi ha lasciato quel senso di sazietà che solo le buone storie riescono a regalare. Non resta che aspettare.

In compenso il panorama antropologico della croisette è dei migliori. Il festival è un ritrovo di persone improbabili. Alcune più raffinate di quanto il loro badge non richieda. Altre simpaticamente volgari, ma mai scortesi. Davanti al palais du Cinema uno stuolo di ragazzi in smoking e ragazze in abito da sera reggono cartelli scritti a mano in cui implorano un invito per le lussuose proiezioni delle 19:30 e 22:30. Elemosinare inviti a Cannes è un arte. C’è chi ci prova con ironia. Il migliore è stato un ragazzo americano con questo messaggio: sono disoccupato e ho 5 figli da sfamare, per favore datemi un invito.

Camminando per strada verso una sala mi accorgo che di fronte alla passerella del palazzo del cinema c’é ammucchiata una serie di scale. Proprio le scale pieghevoli di metallo del vostro muratore di fiducia. Sedute sui primi gradini, delle signore pacchianotte si riparano con ombrellini variopinti dal cocente sole delle 14h30. Cosa fanno? Aspettano che 5 ore dopo Michael Duglas passi a pochi metri dalle loro scale e resti a sorridere per 5 minuti sulla passerella prima di entrare nel Grand Theatre Lumiere. Fantastico! Pensare che io l’avevo appena scontrato 15 minuti prima, insieme ad Oliver Stone, all’uscita dalla conferenza stampa tra fiotti di giornalisti urlanti.

Quello che adoro del cinema è anche questo. Non certo il delirio di povere creature annoiate, ma la capacità di dare valore alle persone, alla presenza. Una volta tanto si deifica l’essere e non l’avere. E se per essere felici basta contemplare 5 minuti Michael Douglas dalla cima di una scaletta da muratore, ben vengano le scale e gli ombrelli. Sempre meglio che vederlo in tv.

P.s Dove finiscono le scale la notte? Le attaccano con le catene alla ringhiera!! Tipo scooter! Geniale.

Dal nostro inviato

Riccardo Centola

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Draquila: l’Italia trema. E anche io non mi sento tanto bene

Mentre il nostro inviato Riccardo a Cannes si da’ alla bella vita, io e Patricia ci incazziamo scoprendo la bella vita che fanno i nostri politicanti. Si può tremare di freddo, di febbre, di paura. Oppure si può tremare di rabbia. La rabbia che ci vomitiamo dentro scoprendo che – come è sempre accaduto dopo le tragedie – c’è chi sta diventando ricco sfondato costruendo la nuova Aquila post-sisma.

Ci vomitiamo dentro la nostra rabbia perchè non abbiamo il coraggio di farlo fuori. Draquila ci lascia atterriti, senza forze. Sullo schermo scorrono scampoli di realtà che ben conosciamo ma che ci paralizzano. Il dramma è un altro. Anche fuori dal cinema continuiamo ad osservare la realtà proprio come se fossimo ancora in sala. Nulla ci stupisce più. Nulla ci fa più incazzare davvero. C’è uno che dice:”Ci vorrebbe la rivoluzione”. Ma in realtà l’unica cosa che gli riesce di fare è litigare nelle assemblee di condominio. L’immagine che colpisce di più è quella della tenda che è diventata la sede del PD a l’Aquila. Deserta. Immobile. Incurante al passare delle stagioni. Simulacro di un partito senza anima e senza corpi. Pieno solo di scheletri polverosi. In mancanza della squadra avversaria, la squadra degli azzurri vince tutte le partite 3-0 a tavolino. Come biasimarli. Nel documentario viene esposta una tesi che si sta delineando come veritiera: trasformare ogni evento italiano in una emergenza, così da poter gestire senza controlli appalti plurimilionari. Se sia vero, questo lo decideranno i giudici. O quello che ne resta. La Guzzanti intanto ha deciso di fare un documentario incastrando in un puzzle interviste strappalacrime e scampoli di telegiornali pluritrasmessi.

L’immagine che compare dal puzzle è però banale, superficiale, già vista e rivista. È proprio come vedere un film porno. Di quelli all sex. Dalla trama banale. Il dittatore dello stato di bananas che si eccita coi sondaggi, che mette a pecora i cittadini usando le sue tv, che paga le puttane con i soldi che arrivano da chissà dove. Come se i sondaggi non siano sempre stati uno strumento di consenso, come se i dittatori degli altri stati non mettessero sempre i loro uomini a capo dei media, come se fosse facile scoprire la provenienza dei soldi dei tuoi soci. Non mi interessa la cronaca della stretta attualità. Mi interessano le storie delle persone. Avrei voluto sapere di più del professore che è tornato a vivere in centro, da solo in una città fantasma, rattoppando la sua casa all’ultimo piano, fatta di libri e di gatti. Avrei voluto sapere di più della vecchina sbattuta in un design hotel a 200km dalle sue galline. E invece no. Invece la Guzzanti ha scelto di cucire solo un mucchio di interviste. A volte sembrava si stesse intervistando da sola.

Retorica a mazzi. Il doc si chiude con la descrizione entusiasta da parte dei terremotati dei loro appartamenti nuovi di zecca. Ironizzare sull’entusiasmo di chi non ha più la propria casa, non è crudele come chi racconta barzellette tra le macerie? Probabilmente le new town sono state un pozzo di denaro pubblico. E chi ha rubato dovrà pagare pesantemente il prezzo della propria cupidigia. Ma come biasimare o canzonare chi, dopo aver vissuto per mesi in campeggio forzato, si entusiasma parlando del proprio nuovo spazzolone del cesso? Chi non pagherebbe oro per una linda tazza di ceramica tutta per le proprie e uniche deiezioni dopo mesi di bagni comuni e putridi? Ci rifletta la Guzzanti, mentre la filippina le lustra il suo water di Philip Stark.

Michel

(foto di Cinemazero e BroadwayWorld)

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