E’ STATO IL FIGLIO: I BRUTTI,SPORCHI E CATTIVI DI DANIELE CIPRI’


Nel 1976 Ettore Scola realizzava un’opera eccezionale e disturbante che è rimasto unica nel suo genere per anni. Oggi Daniele Ciprì, dopo il divorzio non privo di polemiche con Maresco, da forma al materiale magmatico delle sue esperienze televisive di “Cinico Tv” e cinematografiche de “Lo zio di Brooklyn” e “Totò che visse due volte”, e realizza un film davvero interessante che sembra finalmente essere un degno figlio di quel capolavoro anni ’70.

Tratto da un romanzo di Roberto Alajmo, il film racconta in un enorme flash back la storia della famiglia palermitana Ciraulo, il cui capofamiglia Nicola (interpretato dal sempre più camaleontico Toni Servillo) si arrangia vendendo ferro vecchio, un lavoro che gli permette a stento di mantenere una famiglia costituita da moglie, due figli e anziani genitori a carico. Lo squallido tran-tran quotidiano viene spezzato dalla tragedia che colpisce la figlia prediletta Serenella, uccisa per errore in un regolamento di conti di mafia. Alla disperazione profonda e sincera di tutta la famiglia, e del capofamiglia in particolar modo, sembra sostituirsi un pizzico di speranza nel momento cui viene prospettata la possibilità di ottenere un consistente risarcimento da parte dello Stato per le vittime innocenti della mafia. Il risarcimento pur ottenuto tarda a materializzarsi, ma Nicola e famiglia iniziano a spendere e fare una marea di debiti con un usuraio. Quando arriveranno i soldi, degli originari 220 milioni ne rimarranno solo 80, che il pessimo Nicola deciderà, supportato alla lunga da tutto il nucleo familiare, di investire in una fantastica  e inutile Mercedes nera, che presto diventerà la sua unica ragione di vita e che lo porterà dritto nella tomba.

Anche se nella pellicola di Scola l’ambientazione era quella delle baraccopoli e del sottoproletariato pugliese-romano degli anni 70, mentre in “E’ stato il figlio” ci troviamo catapultati nella squallida ma meno estrema periferia palermitana di  fine anni 80, il cinismo, l’egoismo,  la cafonaggine, la sporcizia e la bruttezza/ deformità dei personaggi che deflagrano nel momento più drammatico del film sono molto simili e vengono rese sostenibili agli occhi degli spettatori solo dalla chiave fortemente grottesca ed ironica che man mano il film assume. L’opera è proprio in questa seconda parte che acquisisce molto valore dopo una prima parte leggermente compassata. Gli interpreti infatti sono tutti bravissimi, tanto che per una volta Toni Servillo non primeggia in maniera assoluta, e merita da questo punto di vista una particolare menzione Nonna Rosa (Aurora Quattrocchi) e il suo splendido monologo finale. La fotografia scolorita è bellissima e permette a Ciprì di non utilizzare il suo classico bianco e nero e contemporaneamente di non allontanarsene troppo; alcune sequenze sono fortemente simboliche e metaforiche (la tv perennemente accesa che non trasmette mai nulla, il treno che simbolicamente investe Nicola mentre accetta le gravose condizioni del prestito usuraio); la colonna sonora utilizza un paio di canzoni di Nino D’Angelo, e di queste una (dimenticata perla del periodo “caschetto biondo” del cantattore napoletano) sembra porre ironicamente una domanda dubbiosa ai protagonisti del film prima che l’egoismo e l’individualismo più sfrenato esploda:  Chissà si me pienze?

Gianluca

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