Archivi del mese: aprile 2012

DIAZ NON SI SCORDA PIU’

Diaz è il nuovo film di Daniele Vicari.

Il film racconta cosa è accaduto a Genova nel 2001, anzi più che racconta fa rivivere quelle giornate terribili. Un film che ha riacceso discussioni. Il regista ha spiegato di aver fatto una precisa scelta: ha voluto mostrare la terribile caduta dello stato di diritto avvenuta fra la scuola e la caserma-carcere, lasciando agli spettatori il compito di cercare nomi e spiegazioni.

Effettivamente il film, se non si seguirono nel 2001 i fatti, non è accessibile a tutti. Nel film restano oscure le motivazioni che portarono al blitz. Non si parla del G8. Niente, solo le violenze

Sicuramente Il cuore del film è  la descrizione delle violenze. Un film che ti fa sentire le ingiustizie sulla pelle. Fa sudare sul posto e non lascia affatto indifferenti. Una bella maestria di regia. Un film che non è solo un film ma racconta la storia di quei terribili giorni in cui molti di noi o erano lì o seguivano le notizie nei vari tg. La morte di Carlo Giuliani lascò tutti senza fiato. Ma ancor di più le vilenze di quei polizzitti tanto accaniti su giovani manifestanti con le mani alzata. Questo il film lo racconta molto bene.  Decisamente un pugno nello stomaco.

Ma Vicari ha dovuto mettere anche il poliziotto buono interpretto da Santamaria, come per dire allo spettatore che non tutti i poliziotti sono così. O almeno questa è la mia interpretazione.

Si dice che molti di quei manifestanti non possano più mettere piede in Italia mentre i poliziotti sono rimasti tutti impuniti…e questo sarebbe un altro film….

Grazie Daniele

Patricia

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TO ROME WITH LOVE…MA SOLO CON QUELLO!

Woody Allen, rotto da qualche anno il cordone ombelicale che lo legava in maniera quasi ossessiva a Manatthan, dopo le escursioni a Venezia, Londra, Barcelona e Parigi…sbarca a Roma “with love” ma con risultati davvero pessimi, rappresentando il film uno dei punti più bassi della filmografia del regista americano. Eppure c’erano enormi potenzialità in questo progetto, e quindi enormi aspettative, tutte deluse. Dal ritorno di Allen davanti la macchina da presa (ultima volta da attore nel 2006 con “Scoop” e quindi per noi italiani era anche la prima volta senza il doppiaggio dello scomparso Oreste Lionello sostituito da Leo Gullotta), al cast di attori a dir poco sontuoso sia sul versante americano (Penelope Cruz, Alec Baldwin, Ellen “Juno” Page, Jesse “The Social Network” Eisenberg) che italiano (tra cui Benigni, Albanese, Scamarcio, Tiberi e la Mastronardi più una marea di piccoli camei di altri volti noti nostrani) fino alla location che mai era stata da ostacolo all’ispirazione dei cineasti in passato, anzi.  Il tutto sorprende ancora di più perchè parliamo di un film di Woody Allen , un cineasta che ha sempre diviso, ma che ha anche coniugato una notevole prolificità con una buona qualità media (con punte eccelse) e che anche di recente ha dimostrato di essere tutt’altro che a corto di ispirazione, come dimostra il recente Oscar vinto per la sceneggiatura di “Midnight in Paris”.

Eppure il film non c’è. Non c’è sceneggiatura, non ci sono battute memorabili, gli stessi attori sembrano quasi dimessi. Gli episodi e le vicende raccontate sono tutte o banali di partenza o anche quando di partenza hanno quel tocco di originalità (l’episodio di Benigni) hanno uno sviluppo che le banalizza immediatamente. Inutile soffermarsi sulle trame dei vari episodi tutti pasticciati e tirati per i capelli, oserei dire affrettati. Perchè scocchi l’amore tra la Page e Eisenberg è un mistero. Perchè Baldwin improvvisamente diventi una specie di grillo parlante è un arcano (peraltro espediente narrativo già più volte utilizzato da Allen in tanti film diretti o interpretati). E poi luoghi comuni cinematografici da perderne il conto (la prostituta e il ladro dal cuore d’oro, l’attore che seduce l’ammiratrice, Benigni che si cala i pantaloni). Infine una Roma quanto mai a consumo del turismo internazionale e quindi oleografica è quella che ci viene consegnata da Allen che non dimentica di filmare nessuno dei posti turistici per eccellenza (gli unici contenti alla fine della visione del film dovrebbero essere quelli impegnati in maniera diretta o indiretta nel comparto turistico della Capitale) nè di sguazzare in altri luoghi comuni romani e italici: Volare, Arrivederci Roma, il vigile che ci fa da Cicerone (e ovviamente provoca un incidente all’incrocio), persone che gesticolano in maniera eccessiva (la scena con mani in primo piano che danno indicazioni l’abbiamo vista uguale quasi trentanni fà in “Così parlò Bellavista”).

Insomma nulla si salva, e quando finalmente dopo quasi due ore appaiono i titoli di coda, si respira un generale senso di liberazione.

Gianluca TheLord

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Un “Pollo alle Prugne” con qualche ingrediente di troppo

A quattro anni di distanza dal premiato e molto apprezzato cartoon movie “Persepolis”, torna la premiata coppia Satrapi-Paronnaud, con l’agrodolce “Pollo alle prugne”, opera seconda girata con attori in carne e ossa, presentato all’ultimo festival di Venezia.

La storia è quella del violinista iraniano Nasser Alì (interpretato dall’ottimo Mathieu Almaric già apprezzato nel bellissimo “Lo scafandro e la farfalla”), un uomo che, tormentato dal ricordo di una storia d’amore finita male e angustiato da una moglie non amata, vede distrutto durante una lite il suo vecchio violino, l’unico oggetto capace di accendere in lui ancora qualche emozione. A questo punto falliti gli ultimi tentativi di trovare uno strumento sostituto all’altezza, decide di mettersi a letto aspettando di morire di inedia.

Diciamo subito che il film appare meno compatto e riuscito rispetto al precedente, in quanto alterna una quantità di piani narrativi e stili e trovate, che se in alcuni casi sorprendono, in altri disorientano. La narrazione del film infatti è tutt’altro che lineare: flash back e flash forward come se piovessero, sequenze girate in stile sit-com americana alternate ad altre oniriche di felliniana memoria, humor nero e perle di saggezza, ambientazioni e atmosfere che ricordano un pò Burton, un pò Jeunet, un pò Wes Anderson (e un pò tanti altri).

Non mancano momenti riusciti: l’humour delle scene che vedono protagonista il ragazzino terribile figlio di Nasser, i dieci minuti finali (solo scene e musica) e soprattutto il breve cartoon (in stile “Persepolis”) con cui la Morte racconta una storia che fa capire a Nasser Alì che ormai è troppo tardi per tornare indietro. Ecco probabilmente dopo aver visto questo piccolo magico episodio solo animato ci si chiede perchè il film non sia stato realizzato completamente come cartoon, e non come un film vero che tuttavia sembra un cartoon. La risposta ce la daranno probabilmente la coppia di registi nelle opere future. Il talento visionario e lo stile ci sono, e sono anche abbondanti. Forse non bisogna abusarne.

Gianluca TheLord

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Le Hawaii di George Clooney? Un Paradiso Amaro…

L’avvocato Matt King (George Clooney) è stato sempre più occupato dall’amministrazione dell’immenso patrimonio familiare piuttosto che dalla propria famiglia, così quando la moglie rimane vittima di un incidente in mare e entra in coma irreversibile, si trova di fronte all’improbo compito di ricostruire il rapporto con le figlie e anche l’ultimo periodo di vita della moglie, contrassegnato da una relazione extraconiugale che sarà la stessa figlia maggiore a svelare. Inoltre quando i dottori comunicano che in base al testamento biologico lasciato dalla moglie occorre staccarle la spina per permettere l’espianto degli organi c’è da fare il giro di amici e parenti per dare la triste notizia….

A sette anni di distanza da quel piccolo capolavoro che è “Sideways – In viaggio con Jack”, Alexander Payne torna dietro la macchina da presa per regalare questa commedia agrodolce che si gioca tutta sulle contraddizioni (peraltro ben evidenziate anche nella scelta del titolo italiano) in cui le scelte di sceneggiatura e regia sembrano proprio puntare allo spiazzamento degli spettatori: siamo alle Hawaii ma di sole c’è ne è pochissimo, c’è da comunicare notizie assai tristi ma lo si fa in improbabili e orrende shirts hawaiiane e ciabatte o ascoltando allegre melodie locali, c’è da odiare un personaggio (l’amico del cuore di Alexandra King, la maggiore delle due figlie di Clooney) ma ecco pronto il lampo o la battuta che te lo rende quasi simpatico; poi ci sarebbe in alcuni momenti da piangere e invece a tratti ti viene da sorridere. Ci sarebbe poi il sex symbol George Clooney, e invece ci troviamo di fronte ad un uomo impacciato, stanco e con evidenti borse sotto gli occhi che si propone come antieroe per eccellenza, ben lontano dall’immagine di duro e/o rubacuori a cui eravamo abituati, mortificato dal tradimento della moglie, dall’ostilità delle figlie e dalle continue offese del suocero. Una figura indimenticabile di debole che ha la forza di vincere, rifiutando di vendere la propria terra agli speculatori, versando un ultima lacrima sul viso della moglie fedifraga, riuscendo a trovare nelle avversità il terreno fertile su cui ricostruire la sua famiglia, come dimostra il bellissimo quadretto finale che accompagna i titoli di coda.

Un film davvero bello dove oltre a Clooney, spicca la brava Shailene Woodley che fornisce un’interpretazione molto convincente di Alexandra, la figlia adolescente ribelle.

Gianluca Thelord

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Il mio migliore incubo: un bello stereotipo

Agathe vive a Parigi con figlio e marito in un ricco appartamento.  Patrick, invece, vive con suo figlio nel retro di un furgone.Lei è la direttrice di una prestigiosa fondazione di arte contemporanea. Lui vive di lavori occasionali e grazie ai sussidi della previdenza sociale.

Ovviamente si capisce che i due si innamorano. Diversa estrazione sociale , diversi modi di fare…lei fredda, lui caotico. Ma i due si innamorano. Stereotipato al massimo eppure…non si può non ridere.

Con Isabelle Huppert che per una volta non veste i panni drammatici e con Benoît Poelvoorde, André Dussollier. Bravissimi gli attori, è un film basato tutto sulla recitazione. La sceneggiatura non sempre regge, ha dei buchi qua e là…per esempio perchè farli sposare?

Un film da vedere se si vogliono fare due sane risate.

Patricia

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Piccole bugie tra amici: troppo vero

Piccole bugie tra amici un film di Guillaume Canet e con  Anne Marivin  Benoît Magimel  François Cluzet  Gilles Lellouche  Jean Dujardin e molti altri!

La solita  estate nella grande casa sul mare dell’amico ricco, per un gruppo di amici parigini, ciascuno con il proprio stress e i propri problrmi ma soprattutto i prorpi segreti e tutti rigorosamente a “scrocco”

Un film che ricorda secondo me i racconti di Carver apparentemente non accade nulla e invece…

Inizia con una scena che lascia senza fiato: un grave incidente. E questo sarà il filo che terrà in piedi tutto il film dandogli la giusta tensione.

Amici che piangono per amori finiti, per matrimoni che non funzionano più e piccoli tradimenti…ma chi pensa all’amico in fin di vita in ospedale?

Meglio passare due settimane in vacanza o stare accanto al letto dell’amico malato? Tutti risponderemmo la seconda cosa così a parole…ma veramente rinunceremmo al viaggio già prenotato.

Io sono uscita scossa dalla falsità. Sono certa che rinuncierei al viaggio…ma se penso alle persone che consoco..non so quanti di loro lo farebbero. E così il film è talemnte vero che irriva.

Per altro meglio andare ad uno spettacolo pomeridiano visto che dura 154 minuti!

E’ considerata una commedia Francese….ma forse non è poi così divertente…

Attori bravissimi in un’atmosfera reale e piena di tensioni. Un film lungo ma solo perchè corale, con il bisogno di farti affezionare a tutti i protagonisti, ma di certo ha qualche momento di troppo.

Però delle belle sane risate si fanno…nonostante tutto!

E la Francia quest’anno spopola con i suoi film….

Patricia

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MARIGOLD HOTEL, TERZA ETA’ ALLA RISCOSSA E STEREOTIPI

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Sette pensionati inglesi, per motivazioni diverse, danno una sterzata decisa alla propria vita e si trasfericono a Jaipur in India dove li dovrebbe aspettare un Hotel da favola; in realtà l’hotel si presenta molto meno accogliente del previsto, così come l’impatto con l’India comporta uno shock a cui i protagonisti della vicenda reagiscono nelle maniere più disparate.

Il primo merito del film è senza dubbio quello di rendere protagonista un tema (e una fascia d’età) che molto raramente lo è al cinema: la terza età. Tema per sua natura non particolarmente gradito ai ciruiti commerciali del cinema (infatti sono passati quasi trent’anni da Cocoon e una ventina da “La casa del sorriso” di Ferreri Orso d’oro a Berlino nel 1991).
Altro merito del film è l’incredibile cast di attori tutti veterani del cinema inglese: da Judi Dench a Bill Nighy, da Maggie Smith a Ronald Pickup, da Tom Wilkinson a Penelope Wilton. Tutti in gran forma, con rughe in primissimo piano, e in alcuni momenti capaci di battute davvero fulminanti.
Il rischio più grande di questo tipo di operazione era quello dello stereotipo, e nè il regista, John “Shakespeare in Love” Madden, nè la sceneggiatura fanno niente per evitarlo…anzi. Così sia il campionario umano degli anziani (la vedova in cerca di un riscatto, la coppia in crisi latente da anni pronta a “scoppiare”, la vecchia avara e razzista ma dal cuore d’oro pronta a riscattarsi nelle parti finali del film, il playboy e la mangiatrice di uomini che non si rassegnano alla vecchiaia, il gay con vicende irrisolte) sia le sfaccettature della società indiana con le sue contraddizioni (il conflitto tra India tradizionale e moderna) vengono proposte in maniera alquanto prevedibile così come alcuni snodi di sceneggiatura appaiono francamente affrettati e tirati per i capelli. Sicuramente dal materiale umano e anche dall’argomento ci si poteva aspettare qualche graffio in più, ma il film sembra non volersi allontanare dalle logiche del Box Office (infatti il film in patria è stato un blockbuster) e dal genere Commedia British condita da spruzzate di malinconia ed esotismo campione d’incassi alla “The millionaire”, sensazione peraltro più che confermata dalla scelta di puntare come protagonista “indigeno” su quel Dev Patel che del pluripremiato film di Danny Boyle era il protagonista.
Insomma la sensazione è quella di in un film carino ma irrisolto e che probabilmente ricorderò non tanto per i suoi meriti artistici ma per essere stata un’occasione di fare “buon” cinema mancata.
Gianluca The Lord

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di | 10 aprile 2012 · 15:01