Shame: Michael Fassbender nudo. Dentro e Fuori.


Il protagonista di Shame e’ un uomo che… Il protagonista, dicevo, di Shame e’ un uomo… Un uomo? Davvero e’ un uomo? E che cos’e’ un uomo? Un’uomo e’ un essere capace di muoversi, costruire, pensare? No. Molti animali sono in grado di farlo. Anche dei parameci riescono a deambulare. Anche degli scimpanze’ riescono a costruire delle armi, neanche tanto rudimentali. Un’uomo – secondo chi muove il cursore in questo momento – e’ un essere capace di emozionarsi. E allora, siamo proprio sicuri che il protagonista di Shame sia un uomo? Perche’ per tutta la durata del film il povero personaggio interpretato da Michael Fassbender (non me ne vogliate, non ricordo mai i nomi dei character) non fa altro che sbattersi, sbattere e farsi sbattere con l’unico intento di provare emozioni. Anche una sola. Cos’e’ la rabbia? Cos’e’ l’amore? Cos’e’ la dignita’? Il protagonista di Shame non lo sa. E’ un involucro vuoto. Un bell’involucro, non c’e’ che dire. Ma e’ solo un simulacro dove riecheggia il suono del silenzio. E’ un simulacro che si specchia, pero’. Si specchia in sua sorella. Una bionda del quale non ricordo il nome, tanto per cambiare.

Ma specchiarsi fa male come tagliarsi con i frammenti di vetro. Lascia ferite sanguinanti. Che dobbiamo rimarginare scagliandosi contro chi ce le ha provocate. La nostra immagine specchiata, la bionda intendo, almeno non cerca di fare la superdonna, convive con la sua insensatezza e vaga nei meandri e nei letti di mezza Manhattan. Possiamo provare a riempire, il nostro vuoto, certo. Possiamo provare a condurre una vita normale. Con una ragazza normale. Con una vita sessuale normale. Ma a quel punto entra in azione la nostra amigdala. Si puo’ fingere con gli altri, ma non con noi stessi. Come mosconi chiusi dentro alla metropolitana possiamo cercare senza sosta una via d’uscita, possiamo sbattere la testa contro tutti i vetri sperando che prima o poi qualcuno ceda. Ma prima o poi le nostre forse finiranno. Prima o poi finiremo il nostro ATP e le nostre ali cadranno morte come la pelle di un serpente dopo la muta. E cosi’ finiremo per adagiargi nella nostra prigione. Finiremo per comprendere che non si puo’ scappare da li’. Che non si puo’ scappare da noi stessi. Che dobbiamo abituarci a convivere col nostro vuoto. Col nostro non-essere. Non-essere umano. Quello siamo. E basta.

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