Vedozero: non serve il 3D se racconti una vita piatta


C`é chi ce la mette pfoprio tutta per ”pimpare” il proprio film. C`é chi si sbagte per girarlo in 3D, chi ce la mette tutta per raggiungere i 4k di definizione, chi lo regala per raggiungere quanti piu` spettatori possibile. E poi c`é chi se ne frega. C`é chi crede che se hai una storia interessante da raccontare puoi girarla pure con un telefonino. Magari con un coso simile a quello che sto usando per tappare questo post (ndr: tappare=digitare sulla tastiera di un touch screen). L’autore del documentario Vedozero ha pensato bene di reperire una settantina di Nokia N95 e di prestarli per 6 mesi agli studenti delle scuole dove insegna regia. Unica regola: documentare la propria vita girando video con la pixellosa camerina dei cellulari. Dopo i suddetti 6 mesi, il regista ha raccolto il contenuto delle memorie ed ha iniziato ad assemblarlo, creando un documentario di 70 minuti. Devo dire che dal punto di vista estetico il film ha un suo fascino. Il peso della scarsa definizione non si fa sentire. Anzi. La pixellosita` del video rende tutto onirico ed ovattato. Lo spettatore deve arricchire le immagini con la propria immaginazione, i propri ricordi, le proiezioni del proprio io. I primi piani, col fuoco fisso delle camerine dei nokia appaiono piu’ che sfocati. Possiamo sovrapporre ai primi piani il volto dei nostri vecchi compagni di banco, delle nostre ex fidanzatine, di noi stessi quando eravamo ancora in balia dell`acne e delle tempeste ormonali. Alcune inquadrature risultano addirittura belle. Le ridotte dimensioni dei cellulari consentono prospettive inusitate: avete mai provato ad osservare due giovani amanti che si sbaciucchiano spiandoli sdraiati sotto ad una panchina? Degne decisamente di nota le inquadrature che aprono e chiudono il film. Una giostra del calcinculo gira e gira. A volte piena a volte vuota. Vuota come le giornate dei protagonisti del film. Nell` hinterland meneghino non sembra esserci molto da fare. Le giornate dei ragazzi scorrono tra quattro calci ad una lattina in un parcheggio e quattro botte di coca. Tra un bicchiere di succo di frutta e una bottiglia di vodka a garganella. Non c`é molto altro. Forse i ragazzi hanno deliberatamente deciso di non riprendere i momenti piu’ interessanti della propria vita. O forse il regista ha deciso di non montarli. O forse le vite di questi ragazzi sono davvero piatte e vuote come un campo della pianura padana dopo una grandinata. La grana grossa delle immagini ci graffia il cuore. Ci fa dire: si vabé ma non sono tutti cosi` i pischelli italiani. É vero. Ma é anche vero che in provincia si muore di pizzichi, come si dice dalle mie parti,che vuol dire che si muore di noia. Siete mai stati a Gallarate? Beh, vi sfido a restarci per piu` di 3 giorni senza diventare eroinomani.

Michel…

In attesa che Patricia scriva la sua recensione .-)

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