Draquila: l’Italia trema. E anche io non mi sento tanto bene


Mentre il nostro inviato Riccardo a Cannes si da’ alla bella vita, io e Patricia ci incazziamo scoprendo la bella vita che fanno i nostri politicanti. Si può tremare di freddo, di febbre, di paura. Oppure si può tremare di rabbia. La rabbia che ci vomitiamo dentro scoprendo che – come è sempre accaduto dopo le tragedie – c’è chi sta diventando ricco sfondato costruendo la nuova Aquila post-sisma.

Ci vomitiamo dentro la nostra rabbia perchè non abbiamo il coraggio di farlo fuori. Draquila ci lascia atterriti, senza forze. Sullo schermo scorrono scampoli di realtà che ben conosciamo ma che ci paralizzano. Il dramma è un altro. Anche fuori dal cinema continuiamo ad osservare la realtà proprio come se fossimo ancora in sala. Nulla ci stupisce più. Nulla ci fa più incazzare davvero. C’è uno che dice:”Ci vorrebbe la rivoluzione”. Ma in realtà l’unica cosa che gli riesce di fare è litigare nelle assemblee di condominio. L’immagine che colpisce di più è quella della tenda che è diventata la sede del PD a l’Aquila. Deserta. Immobile. Incurante al passare delle stagioni. Simulacro di un partito senza anima e senza corpi. Pieno solo di scheletri polverosi. In mancanza della squadra avversaria, la squadra degli azzurri vince tutte le partite 3-0 a tavolino. Come biasimarli. Nel documentario viene esposta una tesi che si sta delineando come veritiera: trasformare ogni evento italiano in una emergenza, così da poter gestire senza controlli appalti plurimilionari. Se sia vero, questo lo decideranno i giudici. O quello che ne resta. La Guzzanti intanto ha deciso di fare un documentario incastrando in un puzzle interviste strappalacrime e scampoli di telegiornali pluritrasmessi.

L’immagine che compare dal puzzle è però banale, superficiale, già vista e rivista. È proprio come vedere un film porno. Di quelli all sex. Dalla trama banale. Il dittatore dello stato di bananas che si eccita coi sondaggi, che mette a pecora i cittadini usando le sue tv, che paga le puttane con i soldi che arrivano da chissà dove. Come se i sondaggi non siano sempre stati uno strumento di consenso, come se i dittatori degli altri stati non mettessero sempre i loro uomini a capo dei media, come se fosse facile scoprire la provenienza dei soldi dei tuoi soci. Non mi interessa la cronaca della stretta attualità. Mi interessano le storie delle persone. Avrei voluto sapere di più del professore che è tornato a vivere in centro, da solo in una città fantasma, rattoppando la sua casa all’ultimo piano, fatta di libri e di gatti. Avrei voluto sapere di più della vecchina sbattuta in un design hotel a 200km dalle sue galline. E invece no. Invece la Guzzanti ha scelto di cucire solo un mucchio di interviste. A volte sembrava si stesse intervistando da sola.

Retorica a mazzi. Il doc si chiude con la descrizione entusiasta da parte dei terremotati dei loro appartamenti nuovi di zecca. Ironizzare sull’entusiasmo di chi non ha più la propria casa, non è crudele come chi racconta barzellette tra le macerie? Probabilmente le new town sono state un pozzo di denaro pubblico. E chi ha rubato dovrà pagare pesantemente il prezzo della propria cupidigia. Ma come biasimare o canzonare chi, dopo aver vissuto per mesi in campeggio forzato, si entusiasma parlando del proprio nuovo spazzolone del cesso? Chi non pagherebbe oro per una linda tazza di ceramica tutta per le proprie e uniche deiezioni dopo mesi di bagni comuni e putridi? Ci rifletta la Guzzanti, mentre la filippina le lustra il suo water di Philip Stark.

Michel

(foto di Cinemazero e BroadwayWorld)

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